“22/11/’63” è anche un po’ romanzo rosa commovente ed emozionante. Uno storia d’amore, insomma, con tutti i crismi del caso e con un finale in parte confortante ma strappalacrime

Stephen King, universalmente riconosciuto come il Re del Brivido, ha sfornato romanzi praticamente in ogni genere letterario: dal poliziesco al mistery, dal fantasy alla fantascienza. Eppure ogni sua opera non può mai essere davvero etichettata in un genere specifico, perché esiste sempre una scintilla di specificità e di genialità con la quale King piega il modello al suo personalissimo stile.

Con questo (corposo) romanzo, siamo di fronte a una storia di “fantascienza” che fantascienza non è, ma che si configura più come un’avventura e un viaggio meraviglioso in un luogo inesplorato eppure conosciutissimo come la storia americana.

Jake Epping è un tranquillo insegnante di Inglese di Lisbon Falls, nel Maine. Vive solo, ma ha parecchi amici sui quali contare, e il migliore è Al, che gestisce la tavola calda del paese. E’ proprio lui a rivelargli un segreto che cambierà per sempre il suo destino: nella dispensa del locale in realtà c’è un passaggio spaziotemporale che conduce al 1958. Al, dunque, coinvolge Jake in una missione folle e follemente possibile: impedire l’assassinio di Kennedy. Ciò potrebbe portare grandi cambiamenti nel mondo: salvare anche suo fratello Bob, Martin Luther King, bloccare le rivolte razziali, forse servirebbe a evitare anche la guerra in Vietnam.

Da queste premesse, abbastanza banali e comuni per la fantascienza, nasce una storia appassionante che si legge tutta d’un fiato. Attraverso un intelligente artificio narrativo, King catapulta il protagonista nel cuore di una delle epoche più drammatiche della storia americana, per farla vivere al lettore dall’interno. E in questo grandioso affresco c’è tutto: le abitudini dell’epoca, i gusti, gli stili, le paure, le nevrosi e i personaggi topici che hanno cambiato il mondo. Svetta su tutti Harvey Lee Oswald, l’assassino di Kennedy. La potenza immaginifica di King arriva a tratteggiare questo famoso omicida come un pericoloso bamboccio dalle abitudini distorte e dai modi violenti, e l’occhio di Jake Epping (che è anche il nostro) lo segue nella sua quotidianità, e nei suoi continui e tormentati spostamenti in giro per il mondo, tutti rigorosamente documentati e riportati fedelmente.

L’autore deve essersi documentato fino all’ossessione per collocare ogni evento nella sua esatta posizione temporale. Persino l’omicidio di Kennedy viene descritto nel suo esatto ordine cronologico comprese le fasi di avvicinamento del Presidente più amato dagli americani alla sua tragica fine. Difatti, l’immersione del lettore nell’epoca storica descritta è totale.

Il cuore dell’opera è sicuramente una lotta impari, ma una lotta, quella dell’uomo contro il Tempo e la Storia. L’autore (e, per sua bocca, il protagonista) sa già che il risultato non potrà che essere una sconfitta, eppure nessun colpo è risparmiato, nulla è intentato. Jake combatte e non si arrende perché crede in qualcosa, soprattutto nell’amore. Prima di entrare nella “buca del coniglio” (così è soprannominato il varco temporale che lo conduce al 1958), è soltanto un insegnante privo di vero mordente, privo di vitalità. Poi, nella nuova epoca, rinasce e trova il suo tempo, tanto che quando torna nel 2011 si sente un pesce fuor d’acqua. Nel 1958, inoltre, conosce l’amore che diventerà il motore assoluto dell’intera vicenda.

“22/11/63” è anche un po’ romanzo rosa commovente ed emozionante. Uno storia d’amore, insomma, con tutti i crismi del caso e con un finale in parte confortante ma strappalacrime.

Alla fine della lettura si resta assai soddisfatti per lo stile sopraffino, per la profondità delle vicende, per l’immedesimazione totale nell’epoca, ma con tante deliziose domande nella testa: è giusto sacrificare tutto ciò a cui si tiene per un futuro migliore? Davvero l’amore è la forza che vince contro ogni avversità? Si può uccidere per un obiettivo più alto? King, da par suo, suggerisce le risposte e, allo stesso tempo, si diverte a lasciare le risposte al lettore, come è giusto che sia.

Da ultimo non posso non dedicare qualche riga a una delle questioni cruciali affrontate dal romanzo, ossia l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy. Lungi da me voler appesantire questo scritto con una ricostruzione storica, posso semplicemente dire che King ci mostra il traumatico evento dall’interno, ossia in diretta, con estrema verosimiglianza storica. Dunque non c’è presa di posizione a favore dei complottisti o degli storici: Harvey Lee Oswald sparò al presidente, sulla folle onda emotiva dell’odio sviluppato da una personalità distorta. E’ un dato reale. E non c’è altro. Accontentiamoci di questo, anche perché il baricentro dell’intreccio narrativo è spostato verso altri temi, e se ci sia stato o no complotto, ciò non è rilevante.

Difetti: pochi. Uno: non ho ben compreso le motivazioni che hanno spinto Jake Epping ad assumersi l’enorme responsabilità di una missione così stramba e mortale. Forse King non ha voluto approfondirle, per amor di funzionalità della trama. Due: alcune scene sono scritte con una sciatteria e un pressappochismo inediti per uno scrittore consumato e grandioso come King. Mi vengono in mente l’incontro di Oswald con la madre petulante e invadente e la notte di sesso tra Jake e Sadie, scena, quest’ultima, descritta come solo potrebbe farlo uno scrittore di serie B. Tre: Tanto di cappello per la precisione storica degli eventi narrati, ma perché, secondo King, Oswald avrebbe sparato dal quinto piano del Texas School Book Depository, quando invece anche le pietre sanno che si appostò al sesto piano (dove, tra l’altro, ora è presente un Museo chiamato “Sixth Floor Museum”) per compiere la sua follia? Non ci è dato saperlo.

Libro comunque consigliatissimo che vi lascerà dentro una vorticosa malinconia, dopo averlo terminato.

Di Emiliano Maramonte