Amedeo Balbi, l’intervista

Un’intervista disponibile in download GRATUITO che verte sul ruolo dell’uomo nell’universo e vira su altre suggestioni aliene e astrofisiche tenute insieme dalla passione per la Fantascienza e la Scienza, passando per gli argomenti che interessano l’umanità sul procinto di una possibile Singolarità Tecnologica.

Amedeo Balbi, nato a Roma nel 1971, è professore associato di astronomia e astrofisica al Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Autore di oltre 90 pubblicazioni scientifiche, i suoi interessi di ricerca spaziano dall’origine dell’universo, al problema della materia e dell’energia oscura, alla ricerca di vita nel cosmo. Amedeo è editorialista de Le Scienze, scrive tra gli altri per Repubblica, La Stampa, Wired, Il Post, collabora con programmi radio e tv, ed è autore di diversi libri. Con Cercatori di meraviglia (Rizzoli, 2014) ha vinto il Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2015. Il suo ultimo libro è Dove sono tutti quanti? (Rizzoli, 2016).

Disponibile gratuitamente su tutti i portali ebook e sul sito Kipple. L’intervista nasce da un’idea di Roberto Bommarito e Alessandro Napolitano; l’incontro è stato organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale Electric Sheep Comics, mentre le tavole e i disegni interni sono di Marzio Mereggia. Il lettering è di Claudio Fallani e la copertina è di Ksenja Laginja.

 

Breve estratto, per scaricare l’e-book gratuito clicca qui.

1. Ciao Amedeo, grazie per avere accettato il nostro invito. Questa intervista è stata preparata da alcuni appassionati di scienza, ma anche di fantascienza e proprio in onore di quest’ultima, vogliamo partire con una domanda presa in prestito da “Il Club dei vedovi neri” di Asimov. In quei racconti, il protagonista invitava alcuni amici a cena per cercare la soluzione ad alcuni misteri. Gli ospiti venivano presentati ai lettori chiedendo loro: Come giustifichi la tua esistenza?

È una domanda difficilissima. La prendo un po’ larga, se non vi dispiace. Se uno riflette un po’ sul funzionamento dell’universo, si rende conto che, in un certo senso, ogni cosa che accade è inseparabile dal contesto più ampio, da tutto ciò che è avvenuto nel cosmo fino a quel momento. Se vuoi capire perché sei qui, in altre parole, devi capire la storia di tutto: inizi a tirare un filo e questo, come in un labirinto, ti porta lontanissimo da dove sei partito. Se guardo, che so, un’unghia di un dito della mia mano, per esempio, e penso agli atomi che la compongono, so che essi provengono dalla Terra ma, ancora prima, dalla nube molecolare da cui si è formato il sistema solare e, andando ancora più indietro, dal nucleo di qualche stella, e così via. Tutti i protoni che ho nel corpo sono in giro dal big bang, cioè da quasi 14 miliardi di anni: chissà quanti viaggi avranno fatto e che storie hanno. Se uno pensa alla catena di eventi che si sono susseguiti per mettere insieme questa collezione di atomi a cui do il nome di “io”, viene preso da un senso di vertigine. Che questi atomi si siano assemblati, temporaneamente, in questa struttura ordinata e non in una delle altre innumerevoli strutture possibili, rasenta l’incredibile. Vista in questo modo, la mia esistenza è talmente assurda e improbabile che non c’è giustificazione possibile in grado di pareggiare il conto con la sorte. D’altra parte, questa in un certo senso è una distorsione prospettica: qualunque altro evento nell’universo che coinvolga un numero simile di particelle in un sistema di complessità analoga è ugualmente raro. Potrei pormi la stessa domanda con un cristallo, o una nuvola, o una stella: come giustifichiamo la loro esistenza? E la risposta sarebbe: con l’azione del tempo e delle leggi della fisica. Tutto quello che accade fa parte di un unico processo, il continuo divenire dell’universo. È un gioco di cui, come scienziati, proviamo semplicemente a capire le regole, ma che non ha uno scopo o una giustificazione discernibile. D’altra parte, siccome potrebbe sembrare che abbia eluso la domanda, posso aggiungere che in tutto questo c’è anche un punto di vista più limitato e personale (illusorio se vogliamo, ma importante): quello che sperimento dall’interno di questa struttura materiale che costituisce, ancora per qualche decennio, il mio corpo. Per qualche strana ragione, questo punto di vista assume i connotati di una consapevolezza, di una percezione cosciente. Vista da qui, l’unica giustificazione che mi sento di poter dare alla mia esistenza è quella di provare a essere più consapevole possibile di ciò che ho intorno, delle cose come sono veramente. E, magari, di aiutare qualcun altro a fare lo stesso.

2. La tua professione è gettonatissima tra le risposte che i bambini danno alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”. Lo scienziato! L’astronomo o magari l’astronauta! Ci piacerebbe capire quanto la fantascienza possa avere indirizzato il tuo interesse per la scienza, addirittura quanto possa avere inciso nella tua formazione culturale (seppur di adolescente) tanto da indirizzare i tuoi studi e le tue scelte professionali.

Ha inciso moltissimo. In realtà, i più distanti ricordi della mia infanzia sono già pieni di suggestioni legate allo spazio e all’universo, che ho assorbito dall’intrattenimento fantascientifico del periodo storico in cui sono cresciuto (gli anni ‘70). Erano gli anni di “Guerre Stellari”, dei primi cartoni giapponesi, di “Spazio 1999”, la lista sarebbe lunghissima. Ero catturato da qualunque storia in cui ci fosse un astronauta o una navicella spaziale o un pianeta sconosciuto. La cosa è proseguita anche per tutta l’adolescenza, con la fantascienza classica di Asimov, Clarke, Bradbury, degli Urania, delle antologie di Fruttero e Lucentini, ma anche, più in generale, del fantastico di Borges, di Calvino, di Poe. Insomma, non c’è dubbio che il seme della mia passione per la scienza venga anche dalla fantascienza.