Come tutti sanno l’underground è prolifico di artisti di ogni tipo. Alcuni padroni di una tecnica invidiabile, altri, magari, più acerbi; alcuni sono riusciti a trasformare la loro Arte in una professione, altri la vivono solo come passatempo.

Ma ciò che accomuna la maggior parte di essi (cosa che talvolta manca persino ad autori affermati e blasonati), è di avere un concetto da esprimere, uno stato d’animo da esternare, un’idea da condividere… Insomma l’urgenza di comunicare, in qualche modo, un moto interno della loro anima!

Ecco, ciò che interessa a noi sono proprio queste scintille, queste pulsioni interiori che spingono una persona a percorrere una qualsiasi via dell’Arte.

In definitiva, la presente rubrica nasce dalla curiosità di conoscere un po’ meglio i Moti di questi Artisti del Sottosuolo, dal desiderio di sentire cosa hanno da raccontarci, dalla voglia di fargli qualche domanda sul COSA e sul COME delle loro passioni…

 

 Claudio Fulvio Bernardi

 Chi è costui?

Un ragazzo giovane, 29 anni, ma con numerose passioni. Suona il violino, incide il legno, sforna quadri e scrive… Credo di non aver lasciato fuori nulla.

Claudio, vuoi dirci due parole su ognuna delle tue passioni?

Oddio! Dunque in realtà la musica l’ho abbandonata quasi del tutto. Ho la duplice fregatura di avere da un lato poco talento e dall’altro molto orecchio, quindi non potendo neanche illudermi di essere all’altezza ho praticamente gettato la spugna. Per i lavori col legno il discorso è un po’ diverso: mi hanno dato senz’altro più soddisfazioni, però non sono mai riuscito a… come dire… a “metterli al servizio dell’espressione”. Che poi è il motivo per cui ho accantonato anche il disegno: quasi tutti i miei dipinti – o quantomeno quelli che reputo migliori – non hanno nemmeno un disegno preparatorio di fondo. Diciamo che ad ora i grandi reduci sono la pittura ad olio e la scrittura creativa… nella fattispecie dell’ultimo anno direi più che altro la prosa poetica. Proprio perché aderiscono meglio alle dinamiche dell’espressionismo, dell’intimismo, della contraddizione.
Del resto il tempo è quel che è, specie quando si hanno molti interessi. E ogni tanto bisogna fare un po’ d’ordine, l’avrai notato anche tu…

 

Il tempo è un gran bastardo, l’ho notato eccome! Ma preferisco non entrare in questo argomento, da me particolarmente sentito, rischierei di portarti off-topic!
Tornando a noi… cioè a te… ci sono alcune cose che mi hanno sorpreso del tuo percorso. Di solito chi inizia a suonare parte da uno strumento un po’ più semplice, tu invece ti sei buttato a capofitto su uno dei più complicati (forse è anche per questo che i risultati non erano quelli sperati). Poi, la lavorazione del legno richiede anche una certa manualità, di solito carente in chi predilige attività “mentali” come la lettura e la scrittura. Insomma ho come l’impressione che tu fossi (o forse lo sei ancora) in qualche modo…

alla ricerca di sfide per metterti alla prova, può essere?

In realtà il mio approccio alla musica è stato molto graduale. Cominciai con strumenti relativamente semplici: le percussioni, la chitarra classica, il basso. Credo che il vero intoppo sia saltato fuori quando a 19 anni sentii “Introduzione e Rondò Capriccioso” di Saint-Saens. Mi son ritrovato completamente ossessionato dal violino, che pure conoscevo già, visto l’amore per il folk d’Irlanda e la chanson francese. Pensai a un’altra delle tante chimere che strada facendo mi sono entrate nel cervello, però non se ne andava… Corelli, Franz Biber, Vivaldi. A distanza di sei anni i miei familiari mi regalarono otto lezioni di violino e, col fatto che nel frattempo avevo cominciato a lavorare, son potuto andare avanti per circa due anni e mezzo. La storia in ogni caso finisce con il lavoro perso, le lezioni interrotte, il basso venduto…

Per quel che riguarda i lavori col legno non è stato tanto un discorso di sfida, non credo di avere una natura propensa alle sfide: non foss’altro che tendo a perderle. Ma ho una natura molto propensa ai malesseri del prediligere le attività mentali. In questo senso il legno mi ha dato l’opportunità di lavorare per ore, distraendomi dalla mia vita. L’affaticamento fisico mi era meno proibitivo perché – da buon mancino – potevo alternare manualità nei lavori più semplici. A volte il legno mi ha dato addirittura l’opportunità d’esser retribuito, pensa te! Ma mi ha dato soprattutto l’opportunità di non pensare, col miglioramento di salute che ne consegue. Però in altre situazioni devo fare i conti anche col bisogno… quasi medico… di buttar fuori cose che stanno dentro e che fanno male.

 

Sono d’accordo: l’arte può avere molte funzioni, non ultima quella terapeutica (ed io ne so qualcosa!), e di certo aiuta a tirare fuori emozioni e stati d’animo che si hanno dentro… e quando ho visto i tuoi dipinti non ho potuto di fare a meno di notare alcune cose: l’atmosfera che regna un po’ in tutti, non è delle più rassicuranti e gioiose; gli occhi dei tuoi soggetti spesso non hanno le pupille; usi con piacere i “celesti” anche se mi sembra che non sempre abbiano lo stesso significato simbolico.

Vuoi aiutarci ad interpretare un po’ meglio i tuoi quadri?

Mh… prima voglio scusarmi se sarò un po’ dispersivo.
Anzitutto i celesti sono il risultato fra blu ftalo e bianco avorio, quello anticato. Il blu è il colore che più temo: è il colore degli ospedali, dell’infinito, della vita che non riesce a morire… insomma dell’agonia. Quindi d’istinto vado a smorzarlo con un bianco “vissuto”: uno zinco, ad esempio, aumenterebbe l’impressione di asetticità e vuoto. Ho fatto poche eccezioni, gli occhi di “Dino Campana” per esempio: lì ho usato sia lo ftalo che lo zinco per simboleggiare l’elettricità, che lui sosteneva di poter captare e convertire nella forza motrice della Suggestione. Mentre l’anticato è ben miscelabile con colori terricoli come il giallo ocra o l’ocra rossa. In un certo senso lo ftalo e l’ocra ho cominciato a usarli alla stregua di colori neutri: questi due estremi fra cielo/freddo e terra/calore mi consentono già di tracciar dei disegni; roba rozza ma spontanea. Alcuni un po’ più curati, come “Azzurrina” – che sarebbe quel fantasma di cui spesso sentivo parlare nell’infanzia, in Emilia – generato in levare sul modello di una mia amica dal viso praticamente perfetto. Però lo spettrismo, in quella fusione, non è dovuto al soggetto/fantasma, quanto al fatto che il fantasma sia ispirato a una persona distante. Di fatto il semplice ritratto “Ambra”, pur trattandosi della stessa persona, è forse più spettrale.

Altro discorso per “Bimbo Muto”: uscito casualmente da una composizione del tutto terrena, ma con linee incerte, col disagio del non comunicare. Lì ho usato il grigio-bruno non solo per scurire il lato del viso in ombra, ma anche per delineare un taglio verticale dove avrebbe dovuto esserci il taglio orizzontale di una bocca.

Se invece si guarda “Chiara” c’è un grigio più classico. Il fatto è che quella ragazza – che ho incrociato pochissime volte – mi ha colpito per il tratto scultoreo, quasi un che d’etrusco. Così, rifacendomi (malamente!) a Modigliani, ho optato per una resa più lineare. Questo potrebbe dare un’idea da “Les Passantes” di Antoine Pol, ma in realtà non è questione di rimpianti: del resto ho ricorso all’assenza di materia anche per “Autoritratto”: non è nelle passanti che vedo la mancanza di convergenza nel mio destino, ma in tutta l’umanità, me compreso.
In tutto ciò Campana è pietroso: ha una sostanza, proprio perché è morto da decenni. Sembrerà assurdo ma la cosa lo preserva dallo spettrismo: la sua non-convergenza nella mia vita non genera lontananza. Ha lasciato le sue poesie, ha smesso di soffrire. Le occhiaie, la smorfia di disgusto, la fronte aggrottata… son solo ricordi di una vita di provincia carica di rancore e incomprensioni; ma il collo taurino e i baffi curati sono a testimonianza che sia già un monumento… con cravatta allentata e camicia sgualcita, ma pur sempre un monumento. Se poi sullo sfondo c’è un timido ricorso al tricolore è solo per attestare la sua italianità, dal momento che venne tacciato di anti-italianismo in quanto spregiatore del campanilismo e della furbizia becera dell’Italia borghese, che infatti teorizzò di poter redimere attraverso una sintesi franco-germanica… ma mi ero già scusato per il fatto d’esser troppo dispersivo?
La morale della favola è che uso solo colori al naturale diluiti direttamente in acquaragia, se mi dessero dell’olio di lino è capace che lo userei per fare i risciacqui. Ovviamente son cosciente che un qualsiasi artista di strada – non parliamo poi di quelli d’accademia! – potrebbe fare le stesse cose dieci volte meglio di me. Semplicemente a me è venuta l’idea.

Boia, Claudio, si vede che ti piace scrivere! Ma credi davvero che bastino delle banali scuse per essere stato così dispersivo?!
Scherzi a parte… quello che hai espresso è proprio ciò che volevo emergesse in questa intervista (e mi auguro anche nelle prossime): i MOTI interni che guidano l’autore nelle sue scelte artistiche. E quindi, auspicando che i lettori non si siano fatti intimorire dalla mole di parole che ci hai regalato, ti ringrazio per le tue considerazioni, che mi hanno aiutato a comprendere meglio le tue opere.
Sono curioso di sapere cosa ci dirai adesso della “prosa poetica”…

Vorrei che prima di tutto ci spiegassi di cosa si tratta di preciso, anche se forse ce lo possiamo immaginare.

Beh stavolta sarò più breve, anche perché qui ci vorrebbe un letterato… e in ogni caso non so quanto possa essere precisa una definizione. Diciamo che la prosa poetica sarebbe un testo che abbandona gli obblighi di trama e retorica dei romanzi e dei racconti, e che va a prendere in prestito alcune licenze dalla poesia, soprattutto per quel che riguarda le figure retoriche, la suddivisione sillabica e il cambio della persona narrante. Direi che i dati fondamentali sono la musicalità del testo, l’urgenza del “momento in corso” e la soggettività.  Secondo molti i primi esempi si possono trovare già in Cicerone, così come basta leggere il “Decamerone” di Boccaccio per trovare una prosa attenta alla sillabazione. Ma il movimento “puro” direi ch’è senz’altro moderno, si vedano raccolte come “Lo Spleen di Parigi” di Baudelaire. In effetti in Francia ha avuto aderenza totale; in Italia non ha vantato altrettanta fortuna. Però l’Italia ha avuto “I Canti Orfici”…

Ok, se volevi farmi sentire una capra ignorante, ci sei riuscito!
Ma vorrei farti un’altra domanda: so che hai scritto anche un romanzo (corretto e modificato milioni di volte) e, se non ricordo male, anche dei racconti…

Come mai da una forma narrativa pura, sei poi passato a questa forma più poetica di espressione?

Non credo sia questione di ignoranza, è che alcuni hanno cose più importanti da fare, tipo lavorare… in ogni caso ci tengo a ricordare che le capre sono animali molto nobili!
Detto questo: sì, ho scritto un romanzo che ho dovuto rileggere nove volte. Tant’è che ho smesso di proporlo alle case editrici perché, se per miracolo qualcuna lo accettasse, dovrei leggerlo ancora… e giuro che sto cominciando a odiarlo! E ho scritto una ventina di racconti, ma di questi solo 5 hanno un filo conduttore unico che li rende “un’opera”. Detta alla brutta mi sono allontanato dalla narrativa “classica” per insofferenza: quando ci si occupa di racconti o – soprattutto – d’un romanzo, si finisce per mettere  troppa attenzione nel cercare di andare incontro a un pubblico. Quindi oltre a dover creare una concomitanza di fattori verosimili che possano creare una trama capace di reggere il peso organico del libro, bisogna anche ingegnarsi in quella dozzina di escamotage che le persone possano riconoscere, ovvero quelli del cinema: visto che in Italia una cosa come 25 milioni di persone non hanno mai letto un libro nella vita, eccetto quelli di testo. A fronte di questa fatica, comunque, resti sempre cosciente che chiunque incroci per strada sarà intimamente convinto che – se solo avesse avuto tempo da perdere – avrebbe potuto fare meglio di te. Così ho preferito “investire” questo impegno soltanto nel creare qualcosa di ben fatto, che abbia un valore per me e magari per qualche ipotetico lettore futuro… in questo senso la prosa poetica è perfetta: richiede più attenzione nella stesura ma ti svincola da tutti gli obblighi non scritti della narrativa.

Bene, molto bene! A questo punti non ci resta che leggere una delle tue opere, in modo da dare forma tangibile a ciò di cui abbiamo parlato fino ad ora. Mi piacerebbe anche che tu facessi un’analisi delle tue scelte, sia stilistiche che contenutistiche (come con i dipinti), per aiutare me e i nostri lettori a comprendere ed apprezzare meglio ciò che hai composto…
E l’opera che ho scelto è…

 RICORDI, VENT’ANNI

 “Di lì a poco sarebbe giunta l’alba: il maglione era già intriso del suo profumo.

 Per conto mio non l’avrei vista come la solita prima della classe, che si presenta promettente col suo quarto d’ora d’anticipo, pretendendo si spargano petali dove cammina. Ma l’avrei contemplata: ormai l’etanolo aveva affogato anche l’ultimo Voltaire nel reflusso d’un delirio religioso.

 Di lì a poco sarebbe giunta l’alba – di erba fradicia e d’altri laudani – avevo già il maglione intriso del suo profumo.

 Per conto suo mi avrebbe poi visto come sempre mi vedeva: di spalle a pisciare, con le ultime stelle incastrate fra i denti, già spente da ore nella centrifuga del gin.

 Per ogni Elena di Troia che s’abbronza, adagiata felina sulle sete d’Oriente, c’è un Piccolo Faust che ha scelto Margherita. Ma lei non potrebbe affogare suo figlio, e lui non vuol vederlo finire come Icaro. Poco importa: ci sono altri modi per venire dentro. Così dirà all’attimo: sei così bello, fermati!

 Mi sveglierò a distanza d’un secolo poche ore dopo. Con gambe e mani e torace devastati dai rovi, su di un materasso sudato. Margherita stretta a me (anche stavolta non è andata via). Il suo corpo terso raggomitolato nelle coperte, ma il bianco del lenzuolo tradirà i miei eccessi: sgorbi di sangue e inchiostro, e piscio e fango e colori a olio per il poco che ne so.

  Margherita è stretta a me, ma non resisterà a lungo: ormai la riconosco meglio s’è di spalle. E ogni volta s’aggiunge la distanza d’uno dei suoi adorabili passetti (quei piedini bianchi che non finirò mai di amare). Presto non sarà più a portata della mia voce, e non ci sarà più alcun attimo a cui poter dire: sei così bello, ti imploro, fermati!”

 

Oddio! Anzitutto rassicurerei che siamo a fine, perché sarà lunghina.

Niente, una mattina mi sono alzato prima dell’alba e mi son tornati in massa questi ricordi di quando avevo vent’anni: aspettavo l’alba tutte le notti, avevo una relazione piuttosto tormentata, ero sempre ubriaco ed oscillavo fra i primi attacchi di panico e le prime derive superomistiche da ubriacone. Per quello anche “l’ultimo Voltaire” – idolo dell’Illuminismo Ateo – è già affogato “nel reflusso del delirio religioso” – religione à rebours dei decadenti.

Ma i riferimenti dello scritto sono legati al “Faust” di Goethe.

Quel poema ha una scissione netta fra medioevo/romanticismo e antichità/neoclassicismo. La cosa viene rappresentata dalle due amanti che avrà Faust durante l’opera, ovvero Margherita (la bellezza nordica del medioevo) ed Elena di Troia (la bellezza mediterranea dell’età antica). Il “Piccolo Faust” in questione “ha scelto Margherita”, ovvero la spinta del romanticismo nordico al sublime e al grottesco. Nel poema il patto è che l’anima del Faust apparterrà a Mefistofele solo se quest’ultimo lo renderà tanto felice da fargli dire all’attimo che sta vivendo “sei così bello, fermati”. Il che accade, ma sarà proprio la tendenza all’infinito – come spiegato dall’angelo del finale – che permetterà all’anima di Faust di salvarsi. Motivo per cui la perdita di attimi a cui poter dire “sei così bello, fermati” – nel mio scritto – coincide con la condanna del Piccolo Faust.

In ogni caso entrambe le tragedie dell’opera di Goethe terminano con la perdita di un figlio. Il figlio che avrà da Margherita sarà affogato dalla stessa, impazzita per il dolore d’esser perduta e disonorata. Mentre il figlio che avrà con Elena di Troia sarà l’ennesimo semidio incosciente da mitologia greca, e vorrà esser lanciato sempre più in alto per ammirare gli orizzonti della guerra, finché non ricadrà senza vita fra le braccia dei genitori “fare la fine di Icaro”.

Nel mio caso questi figli perduti non sono personaggi separati, in quanto sono il simbolo unico di ciò che avrebbe potuto nascere da una relazione ch’è finita. Quindi il figlio/rimpianto – che finisca affogato o che faccia la fine di Icaro – è protagonista della stessa tragedia.

Detto questo: io le figure retoriche neanche le conosco tutte! Comunque all’inizio c’è un’allitterazione, con la “prima della classe che si presenta promettente (…) pretendendo”. Quei pr, a livello di onomatopea, mi richiamavano il suono di una pernacchia: che alla prima della classe fa sempre bene! Poi c’è lo svegliarsi “a distanza di un secolo” che ovviamente è un’iperbole, usata per enfatizzare la distanza fra il narratore allucinato in terza persona e il narratore che si sveglia in prima persona, verosimilmente pieno di postumi. E questo “a distanza di un secolo” sta a fronte di “poche ore dopo”… e credo sia un ossimoro.

Comunque: la suddivisione in sillabe, più o meno, è fissa: non segue uno schema preciso, ma il testo è spezzabile in frasi che abbiano un numero di sillabe pari, comprese fra un minimo di 12 e un massimo di 22. Unica eccezione è il paragrafo che sta fra gli spazi vuoti. Lì c’è l’uso di 9 sillabe in due frasi, atte a dimezzare la frase di 18 sillabe che le precede. Accade due volte perché le 8 frasi fra gli spazi ripetono 2 volte lo stesso schema, dividendosi in due gruppi di 4.

mi sve-glie-rò a di-stan-za d’un se-co-lo po-che o-re do-po (18)

con gam-be e ma-ni e to-ra-ce de-va-sta-ti da-i ro-vi  (18)

su un ma-te-ras-so su-da-to.  (9)

Mar-ghe-ri-ta stret-ta a me: an-che sta-vol-ta non è a-na-ta vi-a  (20)

il su-o cor-po ter-so rag-go-mi-to-la-to nel-le co-per-te.  (18)

ma il bian-co del len-zuo-lo tra-di-rà i mi-e-i ec-ces-si:  (18)

sgor-bi di san-gue e in-chio-stro,  (9)

e pi-scio e fan-go e co-lo-ri a o-lio per quel po-co che ne so. (20)

E adesso sei liberissimo di odiarmi!

No no, altro che odiarti! Mi sto divertendo una cifra con questa intervista, mi stai dando un sacco di spunti e la possibilità di imparare qualcosa su forme d’arte a me sconosciute…
Con il tuo permesso, vorrei mostrare in questa sede un altro paio di tuoi componimenti. Magari non ci dilunghiamo noi nelle spiegazioni, ma invitiamo i lettori, qualora fossero interessati, a chiedercele usando le forme di comunicazione che preferiscono, anche contattando direttamente te, ok?
Dialogo con L’Aria di Febbraio

Lo Porti un Bacione a Firenze

Dimmi tu, c’è qualcos’altro di cui vorresti parlare, argomenti di cui ci siamo scordati, qualcuno che vorresti ringraziare?

Nah, non credo ci sia molto altro da dire… tranne che sono un eccellente allenatore di Pokémon!
Per il resto va da sé che son sempre disponibile, e che voglio ringraziare te: anch’io mi son divertito una cifra.

(Oh! Alla fine son riuscito a dare una risposta breve, mi sono redento all’ultimo atto come il Faust!).