“E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate” (Giovanni 3, 19-20).

L’intervallo di tempo che va dalle tre alle quattro del mattino, secondo alcune superstizioni popolari, sarebbe il periodo scelto dal Diavolo per manifestare la propria potenza. A supporto di questa tesi ci vengono in aiuto le parole dell’apostolo Giovanni che individua nelle ore notturne il territorio preferito dai peccatori, dove chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Ma non solo: la dottrina ci insegna che Gesù è stato giustiziato all’ora nona, grosso modo alle tre del pomeriggio. Il Diavolo giocherebbe proprio su questo aspetto per sfoggiare la sua natura irriverente, ribaltando nell’arco notturno l’ora in cui mostrarsi e sbeffeggiare Dio.

Ermetismo, misticismo, cieca superstizione perpetrata per secoli, capace di generare un alone di temibile fascino e insidiosa sudditanza attorno al Signore del male.

Fernando Pessoa, con il racconto L’ora del Diavolo, scava un solco profondo tra il Satana teologico appena descritto e la propria idea del Maligno. La storia racconta di Maria, una ragazza incinta che all’uscita da una festa incontra un uomo dai modi garbati. Il personaggio si presenta alla giovane, affermando di essere il Diavolo in persona. Da qui prende il via un monologo in cui il presunto Satana si libera da tutti i luoghi comuni che hanno attanagliato la sua figura, fino a negare il simbolismo religioso capace di renderlo reale agli occhi degli uomini. E proprio la negazione della realtà è un punto cruciale dei pensieri di questo eccentrico Principe delle Tenebre, così forte da disinnescare la potenza dei valori simbolici dell’intera umanità. Tutto è un sogno, afferma, partendo dall’Alfa e dall’Omega adesso rappresentati dalla scienza e dalla religione, fino a lambire il concetto stesso di esistenza, quest’ultima capace di esistere solo nel sogno e nell’illusione. Siamo di fronte a un Diavolo diverso da quello rappresentato nell’immaginario collettivo: niente forcone, nessuna somiglianza con l’essere metà uomo e metà caprone che ha alimentato la produzione letteraria e cinematografica, non si avverte neanche la puzza di zolfo, né le urla dei dannati lasciati ad arrostire per l’eternità.

È che il sogno, signorina, è un’azione divenuta idea; e che, perciò, conserva la forza del mondo e ne ripudia la materia, cioè l’essere nello spazio. Non è forse vero che siamo liberi nel sogno?*

Il Diavolo di Pessoa è piuttosto un “personaggio pubblico” in antitesi con l’immagine impersonale e inespressiva propria dei così detti influencer dei nostri giorni. La sua intenzione è quella di fuggire da qualsiasi ribalta, eclissarsi dal ruolo di grande antagonista del Divino e perfino auspicare di essere cancellato dai libri di storia, e dalla memoria collettiva. Per assurdo, questo demonio, oggi non avrebbe un profilo Facebook, né un canale YouTube dove propagandare il proprio manifesto. Un Diavolo commovente per il desiderio esplicito di abbandonare la scena; di prendere le distanze da una figura mitizzata a vantaggio di una dimensione più intima e, fate bene attenzione, più umana e forse mortale. Questo è quanto il racconto ci spinge a credere.

Stanco, soprattutto stanco. Stanco di astri e di leggi, e un po’ con la voglia di restare fuori dall’universo e ricrearmi sul serio con cose di nessuna importanza.*

Alcuni anni più tardi, Maria è intenta a parlare con suo figlio che le confessa di avere memoria di uno strano discorso con un uomo molto loquace. Il riferimento è proprio all’incontro con il Diavolo, ma a quel monologo il giovane aveva assistito solo dal grembo materno. Eppure il ricordo è vivido e particolareggiato, come lo sanno essere i sogni a occhi aperti. Maria non concede spiegazioni e al figlio resta solo l’immagine intangibile di una misteriosa presenza. La stessa presenza incantatrice che ognuno di noi percepisce fin dai primi anni della propria vita.

Sono il negativo assoluto, l’incarnazione del niente. Quello che si desidera e non si può ottenere, quello che si sogna perché non può esistere – in ciò risiede il mio regno nulla e lì poggia il trono che mi fu dato.*

Ho letto L’ora del Diavolo sul finire del 1998. Fabrizio de André, il miglior poeta italiano del secondo novecento, stava trascorrendo gli ultimi giorni in questa dimensione; l’Italia del pallone aveva appena rimediato una cocente sconfitta ai mondiali francesi; il soldato Ryan ci faceva respirare l’odore della morte sulla spiaggia di Norimberga e Madonna cantava Frozen in giro per il mondo. Il racconto di Pessoa mi è capitato tra le mani in una piovosissima domenica d’inverno, trascorsa seduta sopra uno sgabello della mia libreria di quartiere. Sì, proprio così, perché questa storia (aimè troppo breve) l’ho pescata a caso da uno scaffale della libreria e l’ho finita di leggere ancora prima di portarla a casa. L’ho fatto in uno stato ipnotico, lasciando a fuoco le pagine del libro e sfocando volutamente tutto quello che mi circondava. Sono uscito dal mondo reale per fare capolino in quello dell’illusione, portandomi dietro un’ebbrezza di stupore per le capacità narrative di Pessoa, per l’idea di farsi Diavolo e stupirmi con il suo carico di malinconia. Questo racconto ha alimentato la mia fame di letture e mi ha spinto ad ascoltare la voce che dal di dentro urlava (fino a quel momento invano) per uscire fuori e raccontare le proprie avventure.

Ingrata umanità! È così che si ringrazia il Diavolo?*

 

*) L’ora del Diavolo