The Beatles – Red&Blue Album 62-70. Anno 1973

La prima musica in assoluto che mi ha raggiunto dopo aver salutato per sempre il sacco amniotico materno (e probabilmente anche durante la mia permanenza in esso).

4 ragazzi inglesi affacciati dalla ringhiera della tromba delle scale della EMI in Manchester Square ed incorniciati di rosso. E poi, 5 anni dopo, gli stessi ragazzi, la stessa ringhiera, la stessa tromba delle scale, lo spesso edificio. Ma qualcosa è cambiato. La cornice è blu. I capelli si sono allungati. Spuntano baffi, barbe, occhiali. Si fa fatica a riconoscerli. Siamo sicuri che sono gli stessi inglesi sorridenti di 5 anni addietro? Almeno due di loro sorridono di meno, o non sorridono affatto. “I quattro giovanotti che vivevano come chiusi in una bolla, nascosti al delirante fanatismo dei sostenitori e inseguiti da frotte di ragazzine urlanti, iniziano ad annusare il mondo e ogni nuova esperienza, bella o brutta che sia, si porta dietro una crescita artistica. Iniziano a farsi largo anche una notevole consapevolezza sociale e critiche sempre meno velate al conservatorismo della società inglese che il manager Brian Epstein fatica a tenere a freno”. Anche la musica è cambiata. “Da “Rubber Soul” in avanti le canzoni facili e innocue del primo periodo lasciano spazio a brani stravaganti e imprevedibili, frutto di una ricerca a tutto campo sulla forma canzone.

La musica parla una lingua universale, dal semplice beat si passa a un pop a 360°…“Rubber Soul” è il cambio di passo, “Revolver” il pop evoluto dove dietro ogni ritornello si nasconde qualcos’altro, “Sgt. Pepper’s” il perfezionamento della formula, il “White Album” un’esplosione di creatività, “Abbey Road” la sublimazione della classe”. Dal 73 ad oggi sono passati 45 anni ma l’ascolto di “Eleanor Rigby”, “A Day in the Life”, “You’ve Got to Hide Your Love Away”, “Michelle”, “While my Guitar Gently Weeps” provocano gli stessi brividi dietro la schiena.

Riaverli (in prestito) in vinile (thx to Ari Emdin ), riascoltarli con le stesse “screziature” e fruscii emessi dal mio/nostro primissimo giradischi , mi riporta alla mente di quando credevo che le vocine di “Yellow Submarine” fossero registrate a Napoli, di quando provavo a cantare “A Hard Day’s Night” senza conoscere una parola di inglese (di fronte all’imbarazzo dei miei parenti), quando Troisi componeva “Yesterday” verso la fine del ‘400 a Frittole, quando i Tesla coverizzarono “We Can Work It Out” in versione acustica… quando… e ancora quando…

 

Articolo originalmente apparso su VINYLXTRAVAGANZA (Note e Ricordi di Domenica Sera).